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Dead Man's Shoes



Shane Meadows sa canalizzare in immagine la rabbia del popolo britannico come pochi altri. Regista conosciuto al grande pubblico per il meraviglioso "This is England," ma Dead Man's Shoes è il suo vero capolavoro, che supera l'opera sopra citata.


I due film si incontrano in una storia di un'Inghilterra che non sa come uscire da una spirale fatta di odio e veleno e di una sobria crudeltà con cui descrive il disagio di una nazione ricca agli occhi del mondo ma tanto povera quanto non lo immaginate, dove il dolore e la rabbia trovano il loro conforto nell'annientamento del diverso o di coloro in cui rivedono una minaccia alla loro sopravvivenza.



Questa è la storia di due fratelli, Richard (Paddy Considine) ex soldato di ritorno dalla guerra nel suo paese d'origine e Anthony (Tony Kebbel), affetto da un ritardo mentale. Quest'ultimo durante l'assenza del fratello è stato preso come vittima sacrificale da un gruppetto di bulli che lo seviziano fisicamente e psicologicamente, ma il ritorno del fratello farà crollare la loro impertinenza e in 5 giorni di vendetta (sottotitolo italiano) capovolgerà la storia, portandoci dentro l'orrore di una menta distrutta dagli orrori visti in trincea e dall'odio per i vessatori del fratello.



Freddo, glaciale che non lascia un'attimo di respiro. Il film ci avvolge di un sottile e cinico velo di rancore che si trasforma velocemente in vendetta. Una vendetta lenta e minuziosa, studiata per essere perfida ed entrare nella mente e la vita di questi aguzzini di periferia che passano le loro giornate tra biliardo, droga e discorsi banali ed immorali.



La telecamera si muove sul volto di Richard mostrandoci la rabbia nei suoi occhi e su ogni linea del suo viso, e ne possiamo cogliere tutta la disperazione e il malessere che ormai si sono impossessati della sua mente. Come un angelo sterminatore, si muove e pianifica un ritorno all’ordine della giustizia divina, escogitando un piano che porta all’annullamento dell’individuo secondo la legge del branco che richiede fermezza, spietatezza e sacrificio.


Una fotografia che trasuda quell'energia arida ed apatica di quella silente campagna inglese che sembra volersi adagiare sul vuoto esistenziale delle vittime designate.



Un film che fa male in tutta la sua semplicità narrativa e visiva, ma necessario per capire fino a dove il trauma si può dislocare creando due linee narrative nella mente umana che si incrociano dando vita ad una storia straziante che deve essere vista e vissuta. Perché la vendetta non è un'atto vigliacco ma l'esasperazione dell'impotenza davanti alla più infida crudeltà umana.

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